Verso una nuova legge del libro

Verso una nuova legge del libroIn occasione del BookPride, la prima fiera nazionale dell’editoria indipendente organizzata a Milano lo scorso weekend dagli editori espositori (tutti medio-piccoli) e dedicata alla promozione della cultura non convenzionale – il motto, non a caso, era Elogio della differenza – si è aperto un dibattito su una nuova proposta di legge contro i tentativi di reintrodurre lo sconto “selvaggio”.

Uniti dall’obiettivo della bibliodiversità, una lettura cioè promossa in tutte le sue sfaccettature, si sono levate le voci di Andrea Palombi (membro del consiglio direttivo ODEI – l’Osservatorio degli editori indipendenti), Paolo Ambrosini (vicepresidente dell’ALI, l’Associazione librai italiani), Samuele Bernardini (presidente della LIM, Librerie indipendenti milanesi), Cristina Giussani (presidente del Sindacato italiano librai) e Antonio Monaco (presidente Piccoli editori AIE).

La legge Levi

A intervenire sulla lunga lista di problemi editoriali era già stata la Legge Levi del 2011, recentemente messa in discussione dal Governo stesso, che a fine febbraio ha presentato la bozza del DDL sulla Concorrenza, che di fatto avrebbe voluto cancellare la regolamentazione degli sconti in libreria: un grave pericolo, ormai sventato in realtà, che aveva allarmato piccoli e grandi librai, che nella legge avevano trovato un equilibrio in un mercato con una concorrenza abbastanza equa, come lo stesso Antitrust aveva dichiarato in passato.

Nonostante le critiche, il piano della legge era stato lungimirante, perché il (quasi) annullamento degli sconti – fissando il tetto di questi al 15% – ha permesso una dinamica interessante: il prezzo medio dei libri in Italia è calato, dimostrando che anche senza la liberalizzazione degli sconti in Italia i libri possono essere venduti con un prezzo inferiore. Ed è questa la dimensione che la Legge si propone di difendere: far sì che editori e librai appartenenti a realtà medie e piccole possano competere sul mercato.

Vecchi problemi

In realtà la legge, conosciuta anche come legge anti-Amazon, è stata definita “un pasticcio normativo”: la necessità di limitare gli sconti per garantire un pluralismo editoriale non si è spinta fino alle reali esigenze del settore, perché il 15% rimane il triplo rispetto a quello che sanciscono altre leggi europee – si guardi alla Francia (dove la legge sul prezzo di copertina esiste dal 1981), alla Svizzera o al Belgio. In Germania, addirittura, dal settembre 2002 non è più prevista la possibilità di applicare sconti sul prezzo imposto dall’editore: una tattica, anche questa, che ha lentamente portato a un abbassamento generale dei prezzi.

E questo testimonia chiaramente che le strategie promozionali non bastano all’espansione della lettura nel nostro paese: in Italia, invece, i lettori sono diminuiti dal 46% del 2012 al 41,4% del 2014.

Una questione nemmeno sfiorata dalla Legge è poi la concentrazione della distribuzione libraria, che dopo l’acquisto anche di PDE, è detenuta totalmente da Messaggerie, che si definisce leader di settore ma in realtà detiene il monopolio della distribuzione.

Grande difetto della legge è, infine, l’assenza di un divieto di grosse acquisizioni editoriali – Mondadori che ingloba RCS Libri, a voler essere più precisi, che creerà un colosso editoriale con un’unica voce, che da solo occuperà il 40% del mercato totale.

La nuova proposta di legge

A risanare la situazione non basta dunque solo la legge Levi (che ha arginato alcuni problemi, non risolvendoli), così come non bastano le campagne promozionali come #ioleggoperché né i Saloni o le Fiere del Libro.

Interviene in questo senso il lavoro iniziato con la composizione del Manifesto ODEI nel 2012 che conclude la sua prima fase, quella della stesura della nuova legge, nel marzo 2015 con la presentazione a Bookpride. La nuova legge consta di sei articoli fondamentali:

  1. Detrazione fiscale d’importo annuale non minore di 1000€ per famiglia, che non comprenda solamente i libri scolastici;
  2. Disciplina del prezzo del libro, fissando uno sconto massimo del 5% (con una deroga del 10% per occasioni particolari, come le fiere) e prevedendo una possibilità di praticare sconti in alcuni periodi dell’anno, ma solo per marchi editoriali e non più per collane: l’obiettivo è distanziarsi dal modello fin troppo liberista inglese, che ha distrutto l’editoria;
  3. Creazione di un Albo Librerie di Qualità, intese non più come negozi ma come presidi culturali disciplinati da una serie di parametri (tra cui la presenza di un catalogo vario, un corretto rapporto tra superficie espositiva e numero di marchi presenti, l’assenza di vetrine a pagamento, il ricavato proveniente da almeno il 90% dai libri);
  4. Garanzia di una percentuale d’acquisto da parte delle biblioteche (con una previsione di dieci milioni di euro per l’implementazione delle biblioteche);
  5. Aumento del fondo traduzioni dei libri italiani all’estero;
  6. Agevolazioni a favore delle piccole e medie imprese editoriali (il costo della carta, per fare un unico esempio).

A questi articoli andrebbero aggiunti altri due punti, ancora in fase di stesura, che riguardano la determinazione di un corretto costo economico e le sanzioni e i controlli alle violazioni.

Nuovi problemi – Qual è il futuro dei libri?

La nuova proposta di legge sembra valida, ma ancora troppo orientata alle esigenze degli editori e, in qualche caso, dei librai: ancora una volta, il lettore italiano è considerato come l’ultimo ingranaggio di un sistema farraginoso.

Nonostante il suggerimento della detrazione fiscale, sembra che venga messa da parte una logica di priorità, dando vita a compromessi che oscurano le reali esigenze dei lettori e soprattutto le dimensioni locali.

La creazione dell’Albo delle Librerie, a ben pensarci, concorrerebbe solamente alla creazione di un nuovo mostro burocratico, che il Paese non necessita.

Nella proposta manca inoltre la consapevolezza che non è in discussione la concorrenza di per sè, ma l’assenza di regole nel sistema, i cui attori in gioco non si assumono responsabilità di alcuna sorta. Sembra infatti venir meno anche la presa di coscienza di un’anomalia tutta italiana, e cioè l’esistenza degli editori-librai: uno squilibrio che nel gioco commerciale crea senz’altro una differenza di partenza nelle opportunità, con il problema – non secondario! – del recupero della redditività delle imprese.

La nuova legge non tiene poi conto di una politica editoriale miope: la quantità (cioè il fatturato immediato) vince sulla distanza, che porta ad avere un ciclo di vita del libro pari a 3 settimane. Con buona pace delle librerie indipendenti (e dei lettori), che faticano a star dietro a questi ritmi.

Inoltre, un grande problema che andrebbe affrontato ma che attualmente sembra messo a tacere, è il commercio elettronico, che si profila ormai come una realtà alternativa al mercato tradizionale dei libri.

Emerge chiaramente la necessità di conoscere meglio i meccanismi interni del settore, comprendendo che il problema reale non è l’indice di lettura, ma una vera e propria questione culturale: perché il libro non è, ripetiamolo come un mantra, una merce.


Questo articolo è uscito anche su Youbookers.

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