Laxdæla saga – AA.VV.

Una nuova veste per Iperborea

In occasione della celebrazione dei suoi primi ventotto anni, la casa editrice Iperborea – sempre contraddistintasi per la forte identità grafica – ha proposto un cambiamento tipografico: nonostante il formatoCopertina-Laxdæla-saga resti lo stesso (il 10×20, il formato “dell’antico mattone di cotto, ovvero l’oggetto più maneggevole inventato dall’uomo”), le immagini di copertina si allargano in una campitura ampia ma non più a tutta pagina, la copertina presenta una carta telata che rende preziose le immagini, il logo subisce un restyling e la carta si alleggerisce.

La saga

Ad inaugurare la nuova veste grafica è, simbolicamente, la Laxdæla saga, un testo del medioevo islandese considerato un manifesto femminista ante litteram, con una traduzione dall’islandese antico a cura di Silvia Cosimini e con la postfazione di Alessandro Zironi.

La parola saga di per sé vuol dire racconto, storia: è legata al verbo inglese to say (dire), e quindi indica una cosa che è raccontata senza specificare quale tipo di storia è narrata. Nell’epoca in cui in Italia non avevano ancora espresso il loro genio poeti come Petrarca o Dante, in Islanda trova la luce una produzione abbondante, nell’ordine di centinaia, di saghe di grande varietà, che rispecchiano la pluralità di una cultura di giovane formazione, in un quadro politico aperto in cui molti clan lottavano per l’egemonia e in cui le famiglie controllavano anche la vita religiosa della chiesa. In un territorio in cui solo gli uomini di potere sapevano scrivere, la nascita delle saghe si inserisce dunque in un contesto in cui diventano il mezzo per legittimare questo stesso potere attraverso la storia degli antenati: qui nasce la saga realistica – ma si intravede la stessa radice gnoseologica anche nelle saghe leggendarie.

Quelle narrate sono quindi storie vere, o meglio, hanno – dal punto di vista della cultura che le ha prodotte – elementi reali che si intersecano con una narrazione scevra di elementi inverosimili: un materiale messo per iscritto (in islandese medievale, dialetto dell’antica lingua norrena) in prosa solo secondariamente.

La storia

Sebbene la saga è stata scritta tra il XII e il XIII secolo, presenta un tipo di narrazione talmente pregna di messaggi sulla storia e la cultura del Nord Europa che viene attualmente percepita come patrimonio su cui gli islandesi costruiscono la propria identità. L’Islanda è per antonomasia un luogo geograficamente e antropicamente diverso: mancano monumenti o epigrafi, per cui il compito di narrare la storia è affidato alle saghe. Non è dunque un caso che il racconto della Laxdæla saga inizi con un insediamento dell’Islanda orientale, alla fine del IX secolo, da parte del clan norvegese di Ketill Naso Piatto, che per non sottomettersi alla monarchia, approda nella Valle del Laxà, il fiume dei Salmoni.

Fin dall’inizio emerge un aspetto importante per la cultura islandese, e cioè l’attribuzione dei nomi ai territori: la toponomastica di questi luoghi della memoria offre informazioni specifiche, rivelando ancora una volta che il testo di letteratura è contemporaneamente un testo di storia.

Ad emergere prepotentemente è però la centralità delle donne: se durante il Medioevo europeo il ruolo delle donne non era per niente dominante, in quello vichingo la donna fissa la ripartizione delle terre, fa costruire di nascosto una grande nave, accompagna i figli in guerra, decide quando un nipote debba sposarsi e quando uno schiavo debba essere liberato. Le donne sono sì forti, ma non sono tratteggiate alla stilnovistica maniera: non sono idealizzate ma hanno parecchi difetti, rubano gli oggetti sacri delle donne che hanno sposato l’uomo amato, ordiscono trame che hanno il sapore della vendetta, si picchiano a vicenda fino ad arrivare al sangue. Le donne della Laxdæla saga sono piene di contraddizioni, e per questo sono vive, incarnando tutta la tridimensionalità che la carta scritta, e prima di lei il racconto orale, riesce a restituire con grande fascino. Del clan di Laxárdalr Unnr la sagace è la matriarca, che in suo rispetto viene seppellita in un tumulo – che nella cultura nordica è destinato alle sepolture dei grandi re (o di Beowulf, dopo aver ucciso il drago). È lei la donna che viaggia per le isole Oracadi, poi in Scozia, combinando matrimoni e dando il via alle stirpi colonizzatrici di questi piccoli nuovi mondi. Melkorka è la donna muta, scelta tra le schiave in un contesto orientaleggiante e favolistico: dietro una tenda, il re Höskuldr scorge la donna che sembrava superiore per bellezza e portamento a tutte le altre ragazze: si rivelerà infatti l’orgogliosa figlia del re d’Irlanda. A dominare su tutte è senz’altro Gudrún, corteggiata dai due fratellastri Kjartan e Bolli, e vittima di una vita che non vuole premiarla col Grande Amore.

Il testo concilia la fluidità di lettura alla sopravvivenza di un’originaria magnificenza dell’islandese antico, con i suoi costrutti paratattici e la scansione ripetitiva dei fatti: in questo senso, la Cosimini ha salvato il contenuto e non ne ha perso il ritmo originale, affidando al lettore un testo non così distante dalla cultura cui appartiene: in un testo in cui non ci sono analisi psicologiche, le coscienze dei personaggi vengono affrescate da piccole descrizioni di gesti e colorazioni del volto che mostrano più di quel che sembrano spiegare. D’altronde si sa: nel Medioevo vichingo, così come oggi, i sentimenti sono universali e parlano tra loro attraverso un’unica voce.

AA.VV., Laxdæla saga, 
pp. 320,
 Iperborea, 2015


Questa recensione è uscita anche su Youbookers.

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