L’invenzione della madre – Marco Peano

CopertinaPeanoÈ difficile avere a che fare con la fine: tutte le esperienze positive, sembra suggerirci la vita, sono destinate ad avere una conclusione, più o meno brusca, più o meno accettata. Ma se di una storia d’amore si può imparare a fare a meno – perché quando si parla di fine, si parla necessariamente di sottrazione – di una madre è impossibile accettarne il decesso, nemmeno se elaborato col tempo, quando arriva al termine di una malattia notoriamente incurabile: il cancro.

Come il tumore che è “una massa abnormale di tessuto che cresce in eccesso e in modo scoordinato rispetto ai tessuti normali”, ne L’invenzione della madre dell’esordiente Marco Peano v’è un unico tema centrale, che si espande senza un progetto specifico corrodendo ogni aspetto laterale, ogni visione parallela o successiva alla memoria del lutto. Una memoria che non è lo strumento di elaborazione dell’assenza, ma la gaddiana cognizione lucida di un dolore sibillino e onnipresente.

Qual è stata la cellula originaria che ha dato il via al processo di formazione del primo cancro che la colpì? In quale frammento di DNA era contenuta quell’informazione sbagliata, la si poteva arginare? Questo più di ogni altra cosa terrorizza Mattia: il territorio del possibile. Probabilmente quell’errore genetico c’era già prima che lei nascesse, attendeva un organismo in cui abitare, e un tempo in cui manifestarsi.

Mattia è un giovane ragazzo che da dieci anni è in lotta col cancro della madre, una crescita incontrollata e disordinata di un gruppo di cellule maligne che nel tempo l’hanno privata del suo ruolo di donna, di moglie, di madre. Una malattia che le ha tolto la facoltà di sognare, e con essa la facilità della vita. In quella che può essere definita una fenomenologia clinica della morte della madre, nel raccontarsi Mattia si premura di dare solo una sua, dolorosissima, visione dall’interno della vicenda, un punto di vista privilegiato secondo cui tutto il resto del mondo non merita di condividerne il tormento, compresa la fidanzata così disponibile o il padre, studiato dall’esterno come se fosse un intruso non gradito:

Il nucleo famigliare formato da padre madre e figlio ha resistito a tutti quegli affondi tanto da far pensare a Mattia che il cancro sia in realtà il legame, ciò che li tiene uniti, ciò che permette di continuare a sommare un giorno agli altri giorni.

Il racconto di Mattia, a tratti scientificamente morboso con le sue infinite liste di farmaci e di effetti collaterali, spesso visionario nella descrizione di lucide follie, non è la cronaca sterile di una corsa contro il tempo ma lo strumento per una cristallizzazione di esso nel ricordo positivo della madre, la Donna Assoluta: colei che è stata l’artefice della sua esistenza, e che ora – come un riscatto obbligatorio – sta lasciando la sua vita.

In linea col Nietzsche che parla di verità come una creazione e non una scoperta, Peano si trova a inventare continuamente una madre al di fuori dei canoni imposti da una malattia dall’esito prevedibile, restituendoci con dignità e senza patetismi la figura reale, e per questo vera, di una donna destinata ad una fine precoce e ingiusta.

Tutto il libro ruota intorno a domande decisive, cui Mattia tenta goffamente di dare una risposta, mai definitiva: la vita, d’altronde, procede per tentativi. In un testo permeato da metafore discorsive d’ordine belligerante (la malattia di per sé è una lotta, ma anche la vita di chi sopravvive è una battaglia quotidiana), abbondano lunghe parentesi e frasi incisive che spezzano continuamente il discorso, come se il narrato fosse piuttosto un flusso di coscienza che fatica a focalizzare un punto preciso. E il motivo risiede nel fatto che L’invenzione della madre è un’autobiografia in terza persona: il distacco è necessario per renderla una biografia ragionata, la cui autorevolezza prende spunto da lunghe sessioni di studio di testi come L’imperatore del male di Siddhartha Mukherjee.

In un’ottica opposta a quella dell’estraniamento, anzi, esperita a favore del totale riconoscimento della malattia come nemico cui far fronte comune, Mattia non si descrive mai fisicamente: è come se il suo corpo, esattamente come la madre, sia sottratto all’essere. Quello di Mattia è un corpo che soffre perché procede per inettitudini e smottamenti, è un corpo negato ai cambiamenti, illuminato in tutti i suoi difetti e i suoi limiti. Ed è per questo che la malattia si fa quasi condizione necessaria per ripartire da capo, in un continuo movimento di rigenerazione che fa parte del ciclo eterno della vita: Mattia si identifica col cancro stesso per potersene liberare con maggior convinzione. Non deve sbalordire quindi il paragone delle donne malate di cancro con quelle incinte:

Perché la malattia è come una gravidanza: non esiste un caso paragonabile a un altro, non c’è un parto – un cancro – uguale a un altro.

È una rappresentazione che in qualche modo si fa portavoce della vittoria della vita sulla morte: in un percorso della scrittura scevra di sentimentalismi, Peano sembra suggerire che il dolore della perdita dev’essere obbligatoriamente accompagnato da un progetto di vita, accogliendo favorevolmente le novità e aprendosi a nuove, meritate gioie:

La parola vivere ora gli sembra più preziosa che mai, desidera mettersela in bocca e impastarla di saliva, sminuzzarla coi denti per poi deglutirla, farla sua, ingoiarla e assorbirla – non restituirla più al mondo.

Marco Peano, L’invenzione della madre, 
pp. 280,
 minimum fax, 2015


Questo articolo è uscito anche su Youbookers.

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