Tre matti – Gogol’, Dostoevskij e Tolstoj

Copertina-Tre-mattiSi intitola ‘Tre matti’ la raccolta di tre racconti, legati dal tema della follia, della triade russa per eccellenza: Gogol’, Dostoevskij e Tolstoj. Scelti e tradotti da Paolo Nori, i racconti pubblicati nella collana Ultra della casa editrice milanese Marcos y Marcos si presentano con una copertina inequivocabile: emergono da uno sfondo bianco gli schizzi di ritratti e la calligrafia di Dostoevskij direttamente dalle bozze di Delitto e castigo, oltre ad emblematiche figure rappresentanti matti tratte dai tarocchi più famosi.

Le memorie di un pazzo – Gogol’

Il testo è uscito per la prima volta nel 1835 nella raccolta Arabeschi, ed è stato poi ripubblicato nel terzo volume delle Opere complete del 1942. Il protagonista è un impiegato senza nome che si occupa di fare la punta alle penne del direttore del dipartimento; s’innamora perdutamente della figlia di quest’ultimo, Sophie, e riesce a scoprire cosa pensa di lui tramite l’epistolario della cagnetta Maggie (Allora, guardiamo un po’. La scrittura è abbastanza chiara. Però, nella grafia, c’è qualcosa di canino). Il tono del discorso non prende mai una piega totalmente surreale, nemmeno quando si nota una bizzarra evoluzione nelle date del diario: si parte infatti dal 3 ottobre di un anno imprecisato dell’Ottocento, per poi passare al 2000 e, attraversando “martobre”, si giunge ai “34 Ms noan, febbraio 349”. Il momento di rottura con la normalità è un avvenimento banale, oltreché comune: la scoperta che la donna anelata sia in realtà innamorata di un altro uomo, un odiosissimo kamer-junker – un gentiluomo di camera. L’uomo, che decide di non leggere più la posta della cagnetta, si dedica alla lettura dei giornali e comincia così a preoccuparsi delle vicende spagnole: Isabella II, figlia di Ferdinando VII, in quel momento saliva infatti al trono all’età di tre anni, ed egli si sente in dovere, dopo l’imbastitura di un mantello su misura, di autoproclamarsi – pirandellianamente – imperatore della Spagna.

Il sogno di un uomo ridicolo – Dostoevskij

Il racconto è stato pubblicato nell’aprile del 1877, all’interno della rivista Diario di uno scrittore e narra di un giovane uomo che si presenta da subito con un aggettivo specifico, che lo inquadra perfettamente: ridicolo. Dichiara infatti che:

Di me hanno riso sempre e dovunque. Ma nessuno di loro sapeva, nessuno indovinava che se c’era un uomo, sulla terra, che più di ogni altro sapeva che io ero ridicolo, quello lì ero io, e quel che mi offendeva più di tutto, era il fatto che loro non lo sapessero, ma lì la colpa era mia; son sempre stato così orgoglioso, che guai al mondo se l’ho mai confessato a qualcuno.

Ma una notte fa un sogno – o meglio, un viaggio onirico – che lo conduce alla consapevolezza (da lui chiamata, profeticamente, verità) che gli uomini possono vivere felicemente: basterebbe costruire un paradiso sulla Terra. Ma nessuno crede in lui, additandolo come pazzo e ricordandogli costantemente che la sua è un’ingenua allucinazione, che un mondo perfetto non è raggiungibile e, forse, nemmeno auspicabile.

Memorie di un pazzo – Tolstoj

Pare che lo scrittore abbia cominciato a lavorare a queste poche pagine, connotate da una liricità che rimanda immediatamente alla Sonata a Kreutzer, nel marzo del 1884, ma continuò a scriverlo fino al 1903. È la storia di un uomo che subisce uno strappo interiore (un altro termine pirandelliano): improvvisamente, durante un viaggio lavorativo, si rende conto d’avere:

un’angoscia, un’angoscia, un’angoscia spirituale simile a quella che si prova prima di vomitare, però spirituale.

La paura che assale l’uomo è infatti quella più terrena possibile, e cioè la morte:

stavo malissimo, avevo paura, ma se ti ricordi la vita, se pensi alla vita, allora è la vita morente che fa paura.

Dopo un intenso travaglio interiore, passando da una conversione alla fede al ritorno temporaneo all’ateismo, fino a una definitiva dedizione alla Chiesa, l’uomo spaventa se stesso con pensieri poco inquadrabili e attua un ragionamento senza filo logico, e proprio per questo umano.

Se in Gogol’ la memoria è utilizzata come confessione e presa di coscienza – non a caso il primo verbo utilizzato all’interno del racconto è mi sono svegliato – per Tolstoj le memorie sono un mezzo per esorcizzare la paura della morte. E se nel racconto di Gogol’ il lettore ride (prendendo quindi le distanze) dell’esibita disconnessione dalla realtà del protagonista, in Dostoevskij in un primo momento pare immedesimarsi nella condizione di normalità della voce narrante, che solo successivamente subisce uno sfasamento, mentre con Tolstoj si lega intimamente al racconto, patendo la sofferta conversione alla religione e alla fede (Se tu ci fossi, mi diresti qualcosa, diresti qualcosa agli uomini. Ma tu non ci sei, c’è solo la disperazione). Più che la follia, pare dunque la condizione dell’uomo di fronte al vuoto (amoroso o spirituale) a legare questi tre racconti, brevi, intensi e necessari.

Delusione d’amore, volontarismo ingenuo, fede in extremis: tre aspetti diversi di un unico fenomeno, la follia, che non è necessariamente una malattia, ma spesso solo un modo di chiedere aiuto. O, semplicemente, di avere un altro punto di vista.

Gogol’, Dostoevskij e Tolstoj, Tre matti, 
pp. 160,
 Marcos y Marcos, 2014


Questo articolo è uscito anche su Youbookers.

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