Intervista a Sergio Peter

Dettato è il libro d’esordio di Sergio Peter, oltre che il primo testo della collana Romanzi della casa editrice pontina Tunué. Un romanzo sperimentale, a metà tra la verità autobiografica e la gioia del racconto puro: Sergio Peter ci racconta il suo rapporto con la lettura, l’amore per la poesia, le dinamiche della sua pubblicazione da esordiente. E ci spiega che la forza della scrittura è il mistero delle cose semplici.

1. Chi è Sergio Peter? Cosa sogna, cosa ama?

Sono un lettore, e libraio part-time… Mi piace stare ritirato. Sogno una vita tranquilla. Amo i libri letti, e quelli che devo Sergio Peterancora leggere. E gli spazi aperti. Alleggerendo la risposta, il cinema di Ozu, Wenders, Kaurismaki, la musica di Lifegate radio, i quadri di Paul Klee, il ciclismo e lo sci alpino. Sogno, come tutti gli autori minori, di essere riscoperto tra cent’anni, su uno scaffale nascosto, da un vecchio cultore della materia.

2. Prima di addentrarci nel mondo della scrittura, mi piacerebbe sapere quali libri ti hanno formato e qual è il tuo scaffale d’oro. Qual è il tuo ideale di letteratura?

Leggo libri di poesia praticamente da sempre. Il primo fu un’edizione da supermercato di Ungaretti, gialla, duemilalire. Così venni a contatto con il mistero delle parole semplici. Poi, più tardi, sono stato cambiato da autori come Peter Handke e Thomas Bernhard. Ho avuto il periodo russo, come tutti, nei primi anni di università: se devo citare qualche titolo, ti direi Fondamenta degli incurabili,  raro esempio di prosa poetante. Penso sempre ad una letteratura minore, intrisecamente anarchica, potente, che sia autentica e sovversiva. Se posso farti un esempio, scrivendo, io, come autore, ho sempre in mente certi libretti di secondo piano sai, quelli che passano inosservati, nelle librerie: come Un artista del digiuno, come La passeggiata.

3. Da Dettato si evince un rapporto viscerale, quasi elitario, con la poesia: è lei che getta le basi alla tua prosa? La influenza, in qualche modo? O sono due percorsi che si rincorrono ma restano paralleli?

Ho amato Dino Campana, Esenin, Brodskij, Guerra…In Dettato, siccome non c’è trama, era importante curare il linguaggio, le cadenze, il suono. Penso a lungo al ritmo delle frasi che scrivo, penso che il lettore debba essere coinvolto come in un rituale e quasi ipnotizzato; mi piace differire il senso, deviarlo, rimandare la profondità in superficie.

4. Da dove deriva l’urgenza della tua scrittura?

Scrivo come uno che si è salvato, è uno sguardo all’indietro. Ho sempre amato scrivere, dalle elementari. E’ un gesto naturale, che esige di molta cura. In cuor mio, ho sempre saputo che la scrittura era una cosa che mi veniva bene. Però c’è bisogno di qualcosa di più, quando si fa sul serio, e cioè dell’autenticità. Mi spiego meglio: la scrittura che viene dalla vita. Io scrivo perché quel giorno non sono morto. Ritengo che nel mondo letterario di oggi, questo sia un aspetto molto carente, l’autenticità. C’è un meccanismo diffuso di autorappresentazione di se stessi come autori, come critici, è tutto un bel teatro, e i burattini si gestiscono a vicenda. Con Dettato senz’altro entra in gioco anche un movente politico, in senso stretto: e spero che si capisca facilmente, sai: non prendere il lettore per coglione con una trama da imbambolamento, ma lasciarlo spaziare liberamente. Parlare di luoghi, persone e gesti marginali. Usare anche registri non convenzionali. Lasciare scoperti spazi, che siano quelli i luoghi del risveglio dei nostri sguardi, altrimenti anestetizzati. Spazio alla follia della parola sconnessa dei poeti analfabeti.

5. Dettato. Il titolo preannuncia il carattere orale del racconto, ma il tuo libro non si riduce a questo elemento (seppur originale, a suo modo). Di cosa parla?

E’ la storia del viaggio discontinuo, fisico e mentale, di un ragazzino alla ricerca delle proprie origini. E’ un memoir, ma contiene capitoli di reportage, registrazioni di riti, poesie, pezzi di lettere “vere”; ci sono capitoli “scritti da altri”, da personaggi come Mario, o Ermanno. La definirei una camminata nei luoghi, interiori ed esteriori, dell’infanzia. Magari potrebbe interessare visto che non l’ho mai detto nelle precedenti interviste, che nessun nome è inventato, i personaggi sono “reali”, frutto di scelte, di tagli, e le cose raccontate sono accadute veramente, anche se non mi interessava affatto ricostruire un quadro sociale ordinato della mia vallata, o indagare chissà quale questione d’attualità: avevo piuttosto in mente, e negli occhi, documentari come quelli di Piavoli, o Frammartino…

6. Cosa ha rappresentato per te essere l’inauguratore di una nuova collana editoriale?

E’ stato un onore. Il libro ha potuto beneficiare di molta più attenzione. La cura che Tunué ha dedicato al mio romanzo è straordinaria, ogni minimo dettaglio. E’ stato bellissimo essere coinvolto in prima persona nella nascita di questa nuova avventura editoriale, e spero di essere stato all’altezza. Particolarmente piacevole è stato aver scelto il simbolo per la copertina, la casa che tutti cerchiamo.

7. Dal punto di vista di un esordiente, qual è la situazione dell’editoria italiana?

So che esordire come è capitato a me, cioè senza nessuna previa conoscenza negli ambienti editoriali, senza agente, e praticamente mandando solo una mail con allegato il testo all’editore è praticamente impossibile. E’ brutto, perché ormai anche la letteratura è in mano ai manager: uno in teoria dovrebbe prendersi un agente che lo rappresenta, un po’ come fosse un calciatore, esordire e fare carriera – scrivere per i giornali, e pubblicare , pubblicare … – per avere i soldi e vivere in una villa in campagna, mangiare al ristorante e organizzare corsi di scrittura creativa per fregare giovani illusi. Forse preferisco una vita normale, “povera” come diceva il buon Parise, maestro della prosa italiana. A un ragazzo che volesse esordire consiglierei di leggere molto, e una volta letto, osare fino alla pazzia.

8. Quali sono i tuoi progetti in cantiere?

Ho una lunga lista di libri da leggere… Dettato potrebbe restare il mio unico romanzo: aspetto dalla vita le esperienze necessarie.

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