David Foster Wallace – Alessandro Raveggi

CopertinaDavidFosterWallaceEsiste uno scrittore-simbolo della letteratura americana degli ultimi vent’anni, e il suo nome è David Foster Wallace, mito e modello delle ultime generazioni di scrittori: un narratore rapidamente diventato “un kit per la cultura contemporanea e i suoi guasti”.

La leggenda creatasi dopo la tragica morte, suicidio per impiccagione alla giovane età di 46 anni, lo ha immediatamente consacrato autore di culto a livello mondiale: il ragazzone con la bandana è presto diventato l’emblema di una pratica della scrittura alienante e difficile, burlona e idiosincratica, quasi stregata nella sua mirabile lungimiranza di certe consuetudini umane.

Alessandro Raveggi, che tra le altre (tante) cose insegna letteratura e scrittura creativa presso la New York University di Firenze, ha delineato un profilo dello scrittore dell’Illinois breve ma esauriente: dalla sua ricerca è nato il saggio David Foster Wallace, uscito nel 2014 in e-book per Doppiozero nella collana Starter, che raccoglie una serie di ritratti d’autore compilati in maniera originale. Raveggi offre al lettore curioso un saggio nitido, che se da una parte dimostra l’amore che l’autore nutre per lo scrittore, dall’altra ne segna anche la distanza: Wallace non è presentato come il genio assoluto della scrittura, ma come un uomo alle prese con fantasmi privati, gli stessi che hanno incentivato una scrittura pregna di arabeschi e amarezze sottintese.

Fin dalle prime righe Raveggi non si risparmia, dichiarando che il suo è “un commiato sofferto di un suo lettore italiano”: il saggio non va dunque letto come una fenomenologia del mito di Wallace, o un’analisi completa delle sue opere, né come una biografia agiografica. Non segue un ordine cronologico, ma tematico, avendo come motivo ricorrente un piacevole caos, quello generato dalla scrittura wallaciana, mimetica di un mondo ormai schiacciato dall’incalzante ricerca di un ordine sovrano incapace di manifestarsi.

Per cercare di dare un’impostazione specifica alla sua ricerca, Raveggi prova ad entrare nella prosa di Wallace, sperando di modellizzare la sua mente:

è una narrativa […] che vi si presenterà da subito come una riverberazione concettosa e dinoccolata ad un tempo, fatta di volute barocche, echeggiamenti e vortici narrativi, spesso restia a raccontarci un plot definito, ambientata in una fantasia nevrotica e labirintica, autoreferenziale e specchiata, ma ciononostante, diciamolo, non solo spassosa, ma anche profondamente innamorata dei propri lettori, perché alla ricerca di un’empatia raggiunta in modo nuovo.

L’autenticità di Wallace risiede dunque nella sua stessa essenza, uno scrittore della vita – percepita come rivale dell’uomo, che si dipana tra matasse imbrogliate fino a raggiungere l’isterismo, rappresentate da: teorie filosofiche ispirate all’estetica medievale, annichilente deformazione linguistica, spaesamento della costruzione della trama, rappresentazione di un entertainement impegnato, feroce attacco al postmodernismo.

Raveggi spesso consegna al lettore la consapevolezza che Wallace abbia amato i suoi lettori, nonostante abbia instaurato con loro un rapporto complesso, che passa attraverso l’elaborazione di un linguaggio aspro e corrotto, usato come se fosse un’arma e contemporaneamente rivelatosi l’unico modo per raggiungere il lettore, isolato dentro sé e le sue elucubrazioni mentali: durante un’intervista di Larry McCaffery della Review of Contemporary Fiction Wallace infatti sosteneva che

Tutti noi soffriamo da soli nel mondo reale, un’empatia reale è impossibile; ma se un piccolo pezzo di fiction può permetterci di identificarci immaginativamente con l’altrui dolore, potremo così anche concepire più facilmente che altri si identifichino con il nostro.

Il saggio si rivela quindi un testo fondamentale, che con un linguaggio terso e una piacevole chiarezza di contenuti approfondisce aspetti inconsueti per l’appassionato di Wallace, e parallelamente istruisce il lettore inesperto. A entrambe le categorie si dà un necessario, corroborante avviso:

Così accade, potremmo dire, anche nel corpo (qui inteso come prosa) di Wallace: se continueremo cioè a leggere David Foster Wallace con gli occhialetti di uno spettatore postmoderno alla tv, con gli occhiali invasi del compiacimento (ironico) della cultura di massa, che cerca illusioni d’intimità e visioni di scorcio garantite, con gli occhiali e il brusio di fondo del tennis alla tv, dei loro sponsor disseminati nella recinzione attorno al campo, non entreremo facilmente nel suo mondo a pieno, nella velocità di Wallace: vedremo sempre un mondo schiacciato, schiacciato dal postmodernismo che crediamo di conoscere e odiare a menadito, magari pretenderemo di comprenderlo dall’alto, idolatrandolo, ma mai riusciremo a distinguerne le tensioni, i muscoli, la vera intimità (il suo dolore fatto finzione-terapia, altro che gioco!) e grazia, la capacità cinestetica dell’autore: capacità di spingere la palla fortissimo (l’attenzione del lettore e degli effetti di ricezione su di esso) e di muovere l’avversario, il lettore-avversario che deve seguire la storia, con autentici colpi di grazia.

Alessandro Raveggi, David Foster Wallace, 
PDF o Epub,
 Doppiozero, 2014


Questo articolo è uscito anche su Youbookers.

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