Probabilmente mi sono persa – Sara Salar

CopertinaSalarPonte33Ci sono libri che si presentano da soli, richiamando l’attenzione a gran voce: tra questi, brilla “Probabilmente mi sono persa” di Sara Salar, con una splendida copertina, al cui centro campeggia l’esile volto di una donna dagli occhi chiusi, con un’espressione indecifrabile incorniciata da una folta massa di capelli blu intessuti da stelle (che si raccolgono in due ciuffi che ricordano dei punti di domanda). È questa l’anima del racconto della Salar, abilmente colta dal grafico iraniano Iman Raad, che ha creato per Ponte33 un biglietto da visita accattivante e suadente, proprio come una litania arabeggiante. D’altronde, il progetto editoriale di questa piccola casa editrice fiorentina, nato – e non è un caso – dalla passione di due donne, mira alla diffusione di ciò che in Italia è ancora guardato con sospetto e ammirazione al tempo stesso: la letteratura persiana contemporanea.

L’ultimo nato in casa Ponte33 è dunque il best seller della Salar, che è riuscita a sconfiggere la censura imposta dalle autorità iraniane e con quattro edizioni ha raggiunto il significativo risultato di 30 mila copie vendute in pochi mesi.

Il racconto si apre in maniera confusa: una donna, la voce narrante, si sveglia scombussolata, sa che la sera prima ha bevuto troppo, e si ritrova con un occhio nero. Dopo i primi attimi di stordimento, pensa al figlio e al fatto che non si trova in casa: forse l’ha mandato a scuola in taxi. Forse.

È ridicolo, una sigaretta a colazione…

Inizia così il percorso narrativo di questa donna di trentacinque anni, con la fissazione dell’ex amica Gandom, conosciuta al primo anno di liceo e adesso perduta. La donna si chiude in macchina e vaga in una confusionaria Tehran, soffocata dal traffico e ricoperta di cartelloni pubblicitari che la rendono informe, uguale a qualsiasi altra città occidentale. Qui si delinea l’alienazione della donna smarrita, che per fare pace col mondo deve prima ritrovare sé stessa.

In un labirintico flusso di coscienza, che mescola piccole descrizioni a pensieri sul presente, per poi tornare a riflessioni passate, lo smarrimento della protagonista (di cui infatti non conosciamo il nome) è l’emblema di tutta l’umanità di fronte alla crescita personale, alle delusioni, alle amicizie perse, al senso di sconfitta e al conformismo della società, necessario adattamento per la sopravvivenza. È solo in prima istanza, dunque, che un paese come l’Iran viene svelato attraverso lo sguardo inquieto di una donna che ha preso il

[…] dottorato in “come mandare in fumo un’intera giornata sdraiata a pensare”.

La scrittura prende una forma frammentaria, tipica del pensiero: le frasi sono spezzate da puntini di sospensione, e le interruzioni pubblicitarie che si intrufolano nel discorso principale sono il segno più evidente della presenza pervasiva e avvilente del consumismo nella quotidianità. È solo nell’irrisolto che la protagonista riesce a dar voce a quel senso di inadeguatezza nei confronti della vita, un senso comune che ci rende tutti uguali di fronte al giudizio sospeso della società.

Le atmosfere sincopate di Sara Salar, una voce originale nata nell’area sud-est dell’Iran nel 1966, permettono al lettore di lanciare uno sguardo indagatore sul mondo circostante, per mettersi in discussione. E uscirne vittorioso.

Sara Salar, Probabilmente mi sono persa, 
pp. 120,
 Ponte33, 2014


Questo articolo è uscito anche su Youbookers.

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