La cangura – Juz Aleškovskij

L’irriverenza dei paesi dell’Est

 Copertina CanguraTra i piccoli editori italiani di qualità va annoverata la romana Voland, che, dopo l’acclamato Fisica della malinconia del bulgaro Georgi Gospodinov, arricchisce la collana Sírin – diretta da Daniela Di Sora – che apre uno sguardo cosciente sulla letteratura slava moderna e contemporanea, con “La cangura” di Juz Aleškovskij, uno scrittore indiscutibilmente fuori dalle righe.

Nato a Krasnojarsk nel 1929, non è di certo nato “con la penna in mano”: ha infatti dovuto svolgere diversi mestieri prima di poter scrivere. Nel 1947 prestò servizio militare nella marina sovietica ma fu condannato a quattro anni di reclusione per teppismo. Si affacciò alla ribalta come scrittore di favole per bambini, poi divenne un noto sceneggiatore cinematografico; sotterraneamente, era osannato scrittore di testi di canzoni sovversive come la celebre Canzone su Stalin e romanzi di sferzante critica al regime, che ben presto circolano come samizdat. Emigrato dalla Russia nel 1979, dopo un breve periodo in Europa si stabilì negli Stati Uniti, dove tuttora vive.

Ai lettori il compito di mantenere viva la sua irriverenza letteraria, così poco conosciuta in Italia.

Dacci oggi la nostra ingiustizia quotidiana

Il volume appena pubblicato contiene due racconti lunghi: La cangura (1974/5) e Nikolaj Nikolaevič: il donatore di sperma (1970).

Nel racconto omonimo al titolo della raccolta, Fan Fanyč, detto Ohio, è un ladruncolo improvvisamente arrestato dalla Čeka – la polizia politica sovietica – per aver prima violentato e poi ucciso Gemma, la cangura più vecchia dello zoo di Mosca. L’accusa si rivela fin da subito paradossale: pare che l’omicidio si sia consumato nella notte tra il 14 luglio 1789 (la presa della Bastiglia) e il 9 gennaio 1905 (la Domenica di sangue, dimostrazione pacifica finita con morti e feriti). Il racconto è imperniato sulla vera e propria cerimonia dell’arresto, seguita da quella del processo conclusosi con l’internamento in un campo di prigionia, di certo la conclusione che meglio rappresenta l’ingiustizia ai tempi del socialismo.

Nel secondo racconto il protagonista è Nikolaj, un giovane appena uscito dai lager staliniani che per vivere si improvvisa borseggiatore sugli autobus. Per mezzo di amicizie losche trova però lavoro come donatore di sperma in un Istituto di Ricerca, dove la sua praticamente inesauribile produzione diventa oggetto di indagini ed esperimenti, che giungono all’acme nella costruzione del nesso tra erezione e lettura dei classici. Ancora più irriverente del primo racconto, qui è chiaro anche il preciso riferimento a Nikolaj Nikolaevič Romanov, primogenito del granduca Nicola il Vecchio, cugino dello zar Nicola II. Come a dire, Aleškovskij non le manda certo a dire.

Del perché Aleškovskij non è Bukowski

Scritti negli anni bui dello stalinismo, dopo l’assassino del rivoluzionario Kirov, questi racconti sono la cruda rappresentazione del terrore dell’epoca: l’aurea divertente delle vicende narrate si converte quindi in un affresco storico ben preciso, attraverso una forte carica di provocazione che scuote le coscienze.

La scrittura scurrile, che mette in scena tristi furfantelli ubriaconi, potrebbe far pensare a un Bukowski sovietico, ma la sfacciata corrosività di Aleškovskij ha un fine più alto, la denuncia, che ricorda la satira del primo – e non ancora pienamente strutturato – Bulgakov, quello di Cuore di cane.

La lingua parlata, cui fa da contraltare il burocratese dell’ingranaggio processuale, emerge nel lungo monologo dal protagonista de La cangura rivolto a Kolja, un oscuro interlocutore, che altri non è se non il lettore, depositario della complessa, e quanto mai essenziale, riflessione socio-politica, messa in scena mediante la dissacrazione dei simboli del socialismo e dei riti collettivi, come quel vuoto processo del primo racconto, di cui si conosceva fin dall’inizio l’esito.

Emblema di questa narrazione del dolore è allora il supercomputer, che individua i potenziali criminali prima ancora che essi commettano il reato: in clima stalianiano tutti dovevano dubitare di loro stessi, delle azioni compiute e di quelle ancora da mettere in atto.

Immaginate voi vivere in un contesto del genere.

Juz Aleškovskij, La cangura, 
pp. 320,
 Voland, 2014


Questo articolo è uscito anche su Youbookers.

Annunci