L’isola che scompare – Fabrizio Pasanisi

Copertina Isola che scompareEsistono modi diversi di fare giornalismo, di cui ogni sottotipo appare orgoglioso della propria area circoscritta. Ma in realtà, parafrasando Wilde, non esiste giornalismo morale o immorale: esiste solo il giornalismo scritto bene e il giornalismo scritto male.

Fabrizio Pasanisi, che è scrittore, traduttore e autore televisivo, conosce bene gli strumenti del giornalismo di viaggio, ma il suo L’isola che scompare, dedicato alla terra delle leggende celtiche, l’Irlanda, è più di un semplice reportage che si risolve in un mero elenco di hotel in cui alloggiare, ristoranti in cui cenare e musei da visitare.

L’itinerario proposto da Pasanisi è minuziosamente volto alla scoperta dell’Irlanda tradizionale e letteraria: si parte da Cork, “proprio sotto il Confine”; si prosegue per Killarney, si arriva a Cliffs of Moher, si visitano le isole Aran, per giungere poi a Croagh Patrick – la montagna sacra d’Irlanda. Non manca ovviamente la tappa a Galway, dimora di Nora Barnacle, moglie di Joyce. Una dettagliata cartina posta dopo l’esergo – gli eserghi, in realtà: Eliot, Yeats, Ellmann, O’Connor – mette subito in chiaro la mappa emotiva e fisica degli spostamenti dell’autore, che ci racconta di un’Irlanda che ha saputo trascendere le proprie radici, pur non dimenticandole:

L’Irlanda moderna è andata ben oltre la propria tradizione, così come James Joyce è andato oltre il romanzo.

Quelli di Pasanisi sono spostamenti fisici vivi, vissuti, intensi; corredati da immagini che catapultano gli occhi e il cuore del lettore nel sentimento di chi ha calpestato gli immensi spazi verdi irlandesi. E se non mancano i commenti puramente pratici (come i consigli sulla scelta dell’auto più appropriata per muoversi all’interno dell’isola), ci sono poi deliziosi racconti dentro al racconto più grande, incisi storico-sociali – più spesso letterari – che impreziosiscono il testo-viaggio, come la storia di un uomo irlandese entrato a far parte dell’immaginario popolare:

C’è un episodio interessante che lega in modo paradossale Galway alla storia dell’uomo, o almeno a quella del linguaggio. Più o meno ai tempi di Cristoforo Colombo, il sindaco di questa città, tale James Lynch-Fitzstephen, uomo tutto d’un pezzo, di grande rigore morale, fece giustiziare il proprio figlio accusato di omicidio. Lo fece impiccare a una finestra, ma non fu tanto questo fatto a passare alla storia, quanto il nome di padre e figlio, Lynch, da cui deriva il termine linciare – in inglese, appunto, to lynch, in francese lyncher. Lynch divenne anche, guarda un po’, il nome di uno dei personaggi del Dedalus di Joyce, poi ripreso nell’Ulisse, incarnando peraltro l’amico Vincent Cosgrave.

L’amore dell’autore nei confronti dell’isola è dichiarato fin dal titolo, che fa riferimento all’omonima poesia di Séamus Heaney, poeta della concretezza: è un omaggio alla sua poesia semplice ma commovente, in grado di stabilire un legame eterno con la sostanza mistica e incantevole dell’isola, che ha saputo partorire menti d’eccezione e nel contempo è stata teatro di scontri sanguigni, foriera di un patriottismo forte e speranzoso che ha generato il trauma della guerra civile. Con una prosa mai saccente o pedissequa, il testo di Pasanisi rivela che muoversi tra le terre irlandesi significa dar vita a un viaggio alla scoperta della magia, della spiritualità, dei luoghi e delle persone: Cercare da queste parti lo spirito di Yeats:

[…] ma Yeats è dovunque, Yeats è nei paesaggi marini, negli uccelli che sfidano il cielo, nelle acque che rasserenano l’animo, o che incutono rispetto, nelle pietre, nelle singole pietre. Il suo essere sì è mischiato con la brezza leggera e con il vento impetuoso, con le ombre che scendono dalle montagne, con l’odore del bosco, con il rumore del tuono che scuote l’aria, con i muschi, con gli insetti, con la terra. Yeats è nel volto dei suoi discendenti, quegli orgogliosi irlandesi che si incontrano a Sligo, il luogo di elezione.

Come a dire, l’Irlanda è un’isola talmente antica da sembrare immortale, il cui elemento è l’acqua e non la terra, le cui parole sono aspre ma le terre infinite, i cui castelli sono diroccati ma gli spiriti che li albergano sono gentili, come la terra d’appartenenza.

Fabrizio Pasanisi, 
L’isola che scompare. Viaggio nell’Irlanda di Joyce e Yeats, 
pp. 237,
 Nutrimenti, 2014


Questo articolo è uscito anche su Youbookers.

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