L’incantatore – Iris Murdoch

In fuga dal vortice

Copertina L'incantatoreL’incantatore è una figura ambigua e misteriosa, è come un vortice con una ritmica tutta sua, e nel suo centro agisce una forza infinita di aspirazione costante. L’incantatore è un essere a sé, unico e autosufficiente, eppure la sua identità è immateriale, perché esiste solo in rapporto con gli altri: nel momento decisivo afferra e trascina dentro di sé, incanalando dentro il suo flusso, in una spirale indefinita. È esattamente questo il lavorio costante e incalzante che affiora nei movimenti del personaggio-cardine de ‘L’incantatore’ di Iris Murdoch, apparso nel 1956 in Inghilterra – ma pubblicato solo quest’anno da Il Saggiatore, con una postfazione di Peter Cameron.

Una galleria di personaggi mediocri

Un accumulo vociante ed esuberante di personaggi si muove in una Londra in piena ricostruzione del dopoguerra, che ha però contorni poco netti e tinte quasi asfittiche. Il romanzo si apre con un personaggio fresco, e nuovo in qualche modo (per quanto possa essere considerato ‘nuovo’ un personaggio della metà degli anni ’50): Annette è infatti una ragazzetta vivace, che con un gesto plateale (si arrampica al lampadario del Salone, dondolandosi beatamente) decide improvvisamente di lasciare il college, per studiare alla «Scuola della Vita». Annette vuole irrompere dal coacervo ordinario di personaggi che la circondano, essendo lei sprezzante, egoista, una collezionatrice di pietre preziose di cui vuole disfarsi gettandole nel Tamigi senza alcun motivo apparente.

Ma la sfilata delle stramberie murdochiane non termina qui: Rosa lavora in fabbrica, dove conosce due gemelli polacchi, Jan e Stefan, con cui imbastisce una relazione sessuale complicata, grottesca e frastornante. Hunter, il fratello di Rosa, è invece impegnato in una lotta estrema per tenere in vita la rivista femminista Artemis, sull’orlo della bancarotta.

Peter Saward, innamorato – non ricambiato – della bella Rosa, ha deciso di dedicare tutte le sue energie alla decifrazione di un alfabeto di una civiltà estinta.

E poi ci sono John Rainborough, un dirigente indolente, e la malinconia sarta Nina, terrorizzata dal suo stato di profuga – uno dei personaggi più veri e commoventi di questo coro, vario ma univoco. Lei, esempio manifesto di un’attrazione che l’accomuna a tutti gli altri personaggi, è vittima del fascino del magnate della stampa Mischa Fox, l’incantatore per l’appunto: una figura losca ed enigmatica ogni oltre modo. E’ lui l’uomo-vortice, la cui influenza produce una forza straordinaria in grado di attirare chiunque si avvicini al suo affascinante, irresistibile campo magnetico.

Gli strumenti dell’incantatore

Con una prosa irriverente e un linguaggio frizzante, la Murdoch pare suggerirci che sono i sentimenti a generare attrazione, da cui bisogna però tenersi in guardia. In inglese il libro, infatti, presentava un titolo meno ambiguo e più diretto (The Flight from the Enchanter: Fuga dall’incantatore), in cui emerge già tutta l’attualità del suo pensiero filosofico. In un romanzo brulicante di vita, la Murdoch esplora la vita interiore (inner life, come la definisce) senza pedanteria intellettuale, ma con una vera passione per l’indagine del rapporto tra l’Io e la realtà. Grazie all’iniziativa editoriale de Il Saggiatore, che oltre a L’incantatore ha pubblicato la sua raccolta dei saggi (Esistenzialisti e mistici: suddiviso in sette parti, affronta i rapporti fra filosofia e letteratura, analizzando aspetti della politica, dell’etica, dell’esistenzialismo), la Murdoch sta vivendo una nuova fase d’oro in Italia, dove non è mai stata presa seriamente in considerazione, nonostante il rapporto sentimentale con Elias Canetti.

Enzo Biagi scriveva di lei che si vestiva male, in maniera trasandata (esattamente come Simone Weil, che considerava la femminilità una sventura): la Murdoch è senza dubbio stata una creatura distaccata, strana. Una funambola dell’Io e delle proprie parole.

Scriveva dalle 9 alle 17, l’orario esatto delle impiegate della City a New York: come se lavorasse in un ufficio; la sua scrittura quindi era intesa come costante ascolto interiore, un esercizio che doveva porre fine alla retorica romantica.

E L’incantatore non può non testimoniare come la Murdoch sia riuscita, alla fine, a dar vita a un travaglio individuale lucidamente messo in parole.

Iris Murdoch, 
L’incantatore, 
pp. 279,
 Il Saggiatore, 2014


Questo articolo è uscito anche su Youbookers.

 

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