Anime baltiche – Jan Brokken

Il silenzio ovattato della neve che scende da un cielo bianco latte. Spazi immensi, vuoti, paragonabili ad un immenso dolore. Speranza, fierezza, malinconia: le sensazioni che affiorano nell’ascoltare Pärt, la cui musica ha guidato il Risorgimento morale dei Paesi Baltici, sono in qualche modo legate alla stessa sostanza dei popoli che li abitano, vittime della Storia non del tutto risarcite.

Destini individuali diversi, unico orgoglio baltico

In “Anime baltiche”, con una levità sorprendente e una capacità affabulatoria affascinante nonostante un certo rigore giornalistico, Jan Brokken predispone in apparenza un libro di viaggio, che fa da sfondo a Copertina Anime balticheracconti appassionati di storie potenti e sconvolgenti, che ci svelano un popolo baltico emarginato nel suo stesso mondo.

Sono storie di città poste in un mondo di confine, che hanno più nomi – come Tallinn, in tedesco Reval; sono storie di città espropriate della propria identità – come Vilnius, una tempo nota come la Gerusalemme del Nord per la forte presenza ebraica, oggi quasi totalmente cancellata, testimoniata dalla sopravvivenza di una sola sinagoga. Ma sono soprattutto storie di uomini: perché la Storia non dev’essere raccontata come una lezione vuota e astratta, ma si delinea attraverso le vicende personali.

Narra così storie incredibili, come quella del regista Sergej Ėjzenstejn, il cui padre, un grande architetto d’ispirazione Jugendstil (l’art déco del tempo), ricostruì praticamente Riga nell’arco di soli nove anni. Padre e figlio si sono ritrovati a combattere l’uno contro l’altro a Pietrogrado (il padre come generale dell’Armata bianca, forte sostenitore dello zar; il figlio militante nell’Armata rossa, un rivoluzionario), rischiando di uccidersi a vicenda.

Storie di fuggiaschi, come Hannah Arendt, che per salvarsi dovette dolorosamente scappare dai bombardamenti della città (Königsberg, oggi Kaliningrad) in cui visse la sua infanzia.

Storie di dissidi interiori, come quello della moglie di Tomasi di Lampedusa, Alexandra Wolff-Stomersee, baronessa di Curlandia, una regione della Lituania, sempre incerta tra i soggiorni in patria e quelli in Italia, dove divenne la prima psicanalista donna.

Storie drammatiche, come quella che nasce ai piedi della Torre della Televisione di Vilnius, in cui giorno e notte si radunavano ventimila lituani malgrado le temperature medie segnalassero 15 gradi sotto zero, per urlare “Libertà subito!”. Ma durante la notte del 15 gennaio i Russi inviarono dei carrarmati e Loreta, ventitreenne che rivendicava il suo nazionalismo, finì sotto uno di essi. Non morì immediatamente, ma in gravissime condizioni fu portata in ospedale, dove ebbe il tempo di chiedere a un medico, di fronte alle telecamere: “Dottore, potrò ancora sposarmi? Potrò ballare alle mie nozze?” Due mesi dopo la Lituania raggiunse l’indipendenza, ma Loreta morì. La sua storia, tragica e dolce, è l’emblema dei Paesi Baltici, di tutte le anime tragiche che continuano ad abitarli. Ciò che accomuna tutte queste storie è l’orgoglio dell’appartenenza, che ha permesso ai popoli baltici di sopravvivere, di mantenere la propria identità, di vincere le dittature, il nazismo, il comunismo. Sono le storie di chi, quando perde tutto, non può salvare che la propria famiglia e la lingua, depositaria di un’intera cultura, di un popolo, di un’emozione.

“Dov’eri il 23 agosto?”

C’è una data da ricordare tragicamente: il 23 agosto 1939, che segna la firma del trattato Molotov-Von Ribbentrop tra Hitler e Stalin, che di fatto consegnò la Polonia nelle mani dei tedeschi e le Repubbliche baltiche ai sovietici. E quella data in qualche modo si perpetua nella storia baltica, perché il 23 agosto 1989 due milioni di baltici giunsero le mani da Tallinn a Riga, da Riga a Vilnius lungo la Via Baltica, lunga ben 600 km, cantando insieme per tutto il giorno: fu l’inizio della fine del regime. Chi è della zona se lo chiede sempre: “dov’eri il 23 agosto?” Brokken, che è olandese, non si trovava di certo lì a cantare, ma ha sempre sentito una forte vicinanza col popolo baltico, e in qualche modo il libro stesso può essere definito autobiografico, perché membri della sua famiglia sono stati internati nei campi (“È difficile crescere all’ombra di una guerra che non si è vissuta”): “Anime baltiche” può quindi essere considerato il suo lungo canto d’indipendenza. Una voglia di riscatto che coinvolge chiunque si trovi a leggerlo.

Jan Brokken, 
Anime baltiche, 
pp. 512,
 Iperborea, 2014


Questa recensione è uscita anche su Youbookers.

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