Il fuoco e il racconto – Giorgio Agamben

Tra i pensatori italiani, autorevole è la voce di Agamben, che ne ‘Il fuoco e il racconto’ non procede come nella più classica delle costruzioni filosofiche (quella triadica della tesi-antitesi-sintesi); piuttosto, conduce un ragionamento che porta ad una risoluzione semplice, quasi ovvia – ma non per questo scontata. In dieci saggi, piccoli ma densi, il filosofo affronta un tema centrale, osservandolo e lanciando input nel lettore. L’esito è felice: al termine della lettura, il lettore cambia prospettiva sul modo di intendere la letteratura, il rapporto con la Parola di Dio, il concetto di arte.

La letteratura è la memoria del fuoco che abbiamo perduto.

Il tema con cui si apre la raccolta è quello del fuoco, ormai perduto della letteratura. L’argomento è introdotto dalla storia trasmessa da Yosef Agnon a Sholem: «Quando il Baal Schem […] doveva assolvere un compito difficile, andava in un certo posto nel bosco, accendeva un fuoco, diceva le preghierCopertina Il fuoco e il racconto - Agambene e ciò che voleva si realizzava. Quando, una generazione dopo, il Maggid di Meseritsch si trovò di fronte allo stesso problema, si recò in quel posto nel bosco e disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco, ma possiamo dire le preghiere”».

La storia si tramanda nelle generazioni successive, procedendo per sottrazione, fino alle parole di Rabbi Israel: «Non sappiamo più accendere il fuoco, non siamo capaci di recitare le preghiere e non conosciamo nemmeno il posto nel bosco: ma di tutto questo possiamo raccontare la storia».

È possibile, secondo Agamben, leggere questa storia come un’allegoria della letteratura, anzi “il racconto – tutta la letteratura – è in questo senso memoria della perdita del fuoco”. Ma proprio quella storia spegne il fuoco, il mistero profondo che governa l’uomo, e di cui la storiografia letteraria ha riconosciuto la fonte principale del romanzo: tra tutti, basti citare Reinhold Merkelbach e Károly Kerényi, che hanno dimostrato l’esistenza di un legame genetico tra i misteri pagani e il romanzo antico, di cui le Metamorfosi di Apuleio sono la testimonianza più importante.

Il saggio prosegue concentrandosi sulla natura del romanzo: “insieme perdita e commemorazione del mistero, smarrimento e commemorazione della formula e del luogo”.

E’ il lettore a doversi porre in relazione col mistero del sé: seguendo l’intreccio degli avvenimenti che il romanzo intesse intorno a un personaggio, partecipa in qualche modo alla sua sorte, e così introduce la propria esistenza nella sfera del mistero.

La funzione della poesia.

Il discorso di Agamben si volge poi agli scrittori, che vivono “in una penombra sospesa tra l’oblio e la ricordanza”. E, poiché vogliono la luce, affidano la loro salvezza alla lingua:

I generi letterari sono le piaghe che l’oblio del mistero scalfisce sulla lingua: tragedia ed elegia, inno e commedia non sono che i modi in cui la lingua piange il suo perduto rapporto con il fuoco. Di queste ferite gli scrittori non sembrano oggi avvedersi. Essi camminano come ciechi e sordi sull’abisso della loro lingua […]. Scrivere significa: contemplare la lingua, e chi non vede e non ama la sua lingua, chi non sa compitarne la tenue elegia né percepirne l’inno sommesso, non è uno scrittore.

E se in passato le parole importanti sono state pronunciate in nome di Dio (il verbo parlare era sconosciuto al latino classico: parabolare significa ‘parlare come fa Gesù’, che senza parabola non diceva nulla), adesso parliamo in nome di noi stessi; perfino i preti esitano a evocare il nome di Dio al di fuori della liturgia:

La parola ci è stata data come parabola, non per allontanarci dalle cose, ma per tenercele vicine, più vicine.

Così, quando il nome di Dio comincia a scomparire, nasce la lingua della poesia, la lingua senza più nome, come suggerisce Hölderlin ne ‘La vocazione del poeta’:

Il poeta non ha bisogno di armi

Né di astuzie finché l’assenza di Dio lo aiuta.

Il poeta trasforma la mancanza in aiuto, assumendosi in qualche modo un compito filosofico, e quindi politico: la poesia, un’entità linguistica che non ha bisogno di altre parole, permette agli uomini di giungere a una forma-di-vita, una vita pregna cioè di significato proprio, essendo forma di sé stessa, che non ha bisogno di riferimenti esterni per autoaffermarsi.

L’atto di creazione.

Il saggio sull’atto di creazione prende le mosse da una conferenza di Deleuze del 1987, in cui l’atto di creazione venne definito come un atto di resistenza: alla morte, al paradigma dell’informazione. Agamben si chiede cosa resista, nella creazione. La risposta non tarda ad arrivare: l’arte trascende la potenza espressiva del singolo artista, è un sistema più grande dell’uomo stesso, e proprio per questo resiste. È questa libertà a determinare ciò che viene chiamato stile. E’ in questa potenzialità inespressa che risiede il mistero dell’arte:

[…] dobbiamo allora guardare all’atto di creazione come a un campo di forze teso fra potenza e impotenza, potere e poter-non agire e resistere. La duplice struttura di ogni autentico gesto creativo, intimamente ed emblematicamente sospeso fra due impulsi contraddittori: slancio e resistenza, ispirazione e critica.

L’opera d’arte è dunque un flusso di potenza infinita in divenire, che dal suo creatore si propaga ai suoi destinatari, senza mediazioni, senza filtri. L’arte è un’esperienza che comporta una trasformazione del soggetto: è un lavoro su di sé, oltre che su un oggetto.

È un lavoro attraverso l’oggetto.

La potenza dello scrittore è potere di ma anche potere non e cioè è poter scegliere di dar corso all’opera o di non eseguirla (“potenza di sospensione dell’atto”).

Non è un caso che venga citato uno scrittore come Manganelli, che in Nuovo commento (1969) ha ipotizzato non solo l’inesistenza del testo, ma anche l’autonomia del commento; e tuttavia il suo testo esiste, è quello che compone Nuovo commento. Il testo è, dunque, ovunque e in nessun luogo: “è l’universo come linguaggio, discorso di un Dio che non rimanda ad altro significato che alla somma dei significanti, e tutto regge perfettamente”.

La scrittura si fa perciò portavoce, e allo stesso tempo creatrice, di un’estrema urgenza: quella dell’uomo di riconoscersi, finalmente, in sé stesso e nel mondo; perché:

La felicità – il compito etico per eccellenza, a cui tende ogni lavoro su di sé – è “sospesa” alla scrittura, cioè diventa possibile solo attraverso una pratica creatrice.

Giorgio Agamben, Il fuoco e il racconto, pp. 150, nottetempo, 2014


Articolo uscito anche su Youbookers.

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