Il mio paradiso è deserto – Teresa Ciabatti

Lei galleggiava nel tempo, in attesa della fine.

Per descrivere Marta, protagonista de Il mio paradiso è deserto di Teresa Ciabatti, bastano poche parole, incisive e 3-Ciabatti_IL-MIO-PARADISO-E-DESERTO_300dpi-660x1034-e1367927173461negative: ragazzona cupa. Un peso a tre cifre le restituisce un corpo inadeguato, contro cui evitare persino di lottare; e la totale apatia da cui è afflitta la costringe ad una vecchiaia anticipata: seppur abbia ventidue anni, non pensa mai al sesso, non ha desideri di alcun tipo, vive reclusa in casa da qualche anno.

La storia prende il via nel momento in cui la ragazza decide di uscire dalle quattro mura di casa, prima così rassicuranti e poi improvvisamente così asfissianti: sa di essere ingrassata, lo nota dai vestiti e dalle poltroncine che non riescono più a ospitarla, ma si rifiuta di guardarsi allo specchio, perché è più facile per lei immaginare di essere grassa piuttosto che realizzarlo davvero. Finché una sera, portando il cane in giardino, vede un’ombra ingigantirsi sul muro: se dapprima immagina che sia l’autista, poi realizza che quella sagoma enorme è lei.

Per descrivere Marta non basta però darle una fisicità specifica, occorre aggiungere un cognome altisonante: Bonifazi.

Perché Marta è figlia dell’uomo più potente di Roma, il politico dei politici, e il suo destino è profondamente intrecciato con quello dei componenti della sua famiglia, che odia senza timore:

Era esattamente così che Marta s’immaginava l’inferno: una cortina di fumo da cui sbucavano le facce della sua famiglia.

Marta è dunque una che mette in scena disperate ma isolate manifestazioni di rabbia, per poi rannicchiarsi in una poltrona, rimpiangere i tempi da magra, da bambina bionda e bella. La ragazza pare dunque vivere in uno stato perenne di prostrazione e imbarazzo; d’altronde è una sempre seduta al suo posto, che non dice niente ma sogna un futuro migliore, senza provare a cambiare davvero le cose:

e non per quieto vivere, o per rispetto verso la famiglia, aveva taciuto perché il suo pensiero era lontanissimo, al giorno dopo. Il miraggio di una nuova vita metteva a tacere l’indignazione.

La Ciabatti pare, ad un primo sguardo, aver messo in piedi uno stereotipo senza tempo: la ragazza grassa e anaffettiva che ce l’ha col mondo intero; e nelle prime pagine tutto sembra corrispondere ai cliché fissati nella memoria collettiva, ma pian piano ci si addentra in un triangolo singolare, che fa acquisire al testo una peculiarità precisa, i cui vertici sono Marta, in primissimo luogo, e poi due uomini legati a lei per motivi diversi.

Da una parte c’è il padre Attilio, un uomo senza scrupoli, che ha tratto dal business dell’immondizia tutta la sua ricchezza: pieno di nemici e felice proprio per questo, perché li preferisce ai buoni sentimenti. Esattamente all’opposto della figlia, è disposto a tutto pur di salvare la reputazione, le apparenze, le circostanze lavorative e familiari.

Marta non può non riconoscere che l’amore del genitore, benché millantato, non sia mai puro, perché contenente una proiezione poco rassicurante, un egoismo insano. Il presunto amore del padre si tramuta in qualcosa di mostruoso che si allunga come un’ombra su di lei, vittima di questo amore genitoriale incerto.

Dall’altra parte del triangolo c’è poi Lorenzo, l’ex compagno di classe, amico/fidanzato che vive ambiguamente alla sua ombra. Ai fini della trama ha senz’altro un peso rilevante, ma al lettore non è dato sapere cosa effettivamente si celi nella costruzione di questo personaggio abbastanza piatto e poco incisivo.

Probabilmente, esattamente come tutti gli altri personaggi che si muovono sullo sfondo di questo dramma teatrale, dalla madre al fratello Pietro, il motivo di questa caratterizzazione minore risiede nella volontà di dare realmente voce solo a Marta e alla sua vita di rinunce autoimposte, cui prima o poi corrisponderà una contropartita. E non a caso la parola conclusiva del racconto è un aggettivo che fatica ad emergere durante il corso della storia: leggera. Un buon auspicio, dunque: comprendere di non avere più voglia di essere paralizzata, con i piedi inchiodati a terra, è il simbolo di un riscatto inaspettato, di una rinascita doverosa.

Un aggettivo che diventa una speranza, sempre l’ultima a morire.

 

Teresa Ciabatti, Il mio paradiso è deserto, pp. 288, Rizzoli, 2013

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