Publisher – Alice Di Stefano. Quando l’esclusione dallo Strega non delude

Tratti cerosi di un celeste profondo svettano sulla copertina di Publisher, approssimando la figura di un mezzo busto e di metà del volto di un uomo baffuto. Sono le fattezze di Elido Fazi, fondatore dell’omonima casa editrice, di cui qupublisheresto libro si propone di narrare le ‘gesta eroiche’ attraverso lo sguardo divertente – o divertito, non risulta chiaro – di Alice Di Stefano, sua fidata editor nonché compagna di vita.

L’esergo si apre con la contrapposizione tra il lavoro intellettuale, screditato dall’opinione comune (eccezion fatta per la comunità in costante aumento degli intellettualoidi italiani), e il lavoro fisico: a rimarcare questa distinzione campeggiano verbi concreti e fisici, quali segare, portare, sudare e faticare. Il testo appare così come un gioco di contrapposizioni della natura di Elido, un amante e raffinato conoscitore della poesia di Keats e un solido uomo d’affari; un editore che ha pubblicato premi Nobel, ma ha raggiunto un grande numero di vendite grazie a Melissa P. e Stephanie Meyer; una persona prepotente, sfacciata e tracotante ma anche vittima della sua stessa arroganza. Il padrone assoluto di una realtà a sua immagine e somiglianza, quella che la Di Stefano definisce Faziland, una sorta di doppio luogo: quello del terrore per gli impiegati malcapitati e quello delle meraviglie per l’uomo tutto d’un pezzo, novizio dell’editoria ma veloce nella creazione di grossi introiti.

Quel che se ne ricava dalla lettura, alla fine, non è la storia della vita dell’uomo, ma una collezione di avvenimenti privati e lavorativi che l’hanno portato alla ribalta: ne emerge un affastellamento di episodi slegati e completamente inutili; alcuni dei quali hanno l’ardire di voler essere divertenti, o addirittura umoristici – come la descrizione della caduta di Gore Vidal al Salone del libro di Torino – ma non riescono nell’intento di deliziare il lettore, che resta passivo, non emotivamente coinvolto, a volte persino infastidito dalla prova pseudo-comica della Di Stefano.

La definizione più famosa del genere autobiografico è di Philippe Lejeune: il racconto retrospettivo in prosa che un individuo reale fa della propria esistenza, quando mette l’accento sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della propria personalità. L’autrice pone però l’accento esclusivamente sulla personalità di Elido, dipingendolo come ruspante e forte, senza rispetto per il prossimo, schizzato, impetuoso, veemente, anticonformista, insolente, autentico. Il pregio di una narrazione simile risiede solamente nella franchezza delle descrizioni, che non fanno dubitare nemmeno un attimo del fatto che questa biografia, pur essendo scritta dall’amante, non è una cieca apologia:

Attorno al Publisher, ricreata, esiste una condiscendenza pressoché totale che dona a Elido la sensazione di essere l’imperatore di qualche regno favoloso e del tutto immaginario. Questa alterata e indotta percezione delle cose, ad esempio, gli fa dire “io” (il suo pronome preferito) a scarica di mitra, proprio come i dittatori al culmine del buonumore o i bambini alle elementari, anche se, in questo egocentrismo alle stelle (anzidetto, chissà perché, “narcisismo di difesa”), occupano un posto di rilievo l’energia inarrestabile e l’irresistibile candore dello stesso Publisher: a volte, è talmente sfacciato nella sua vanità che fa quasi tenerezza.

Definito dalla Di Stefano “bio-fiction umoristica”, il testo presenta in realtà un tono canzonatorio che non convince: il linguaggio risulta infantile, laddove i due protagonisti vengono citati con la sigla E&A, i termini usati si presentano come oltremodo colloquiali (la parola casino ha 3 ricorrenze), si leggono metafore sinceramente imbarazzanti (il percorso è accidentato quanto una montagna di cocci scalata in ginocchio bendati), la paratassi prevale su qualsiasi costruzione del pensiero che vorrebbe presentarsi più approfondita. Il grottesco non risiede dunque nelle situazioni evocate ma nel modo in cui esse vengono narrate: pare che la Di Stefano si sia descritta più ingenua di quel è in realtà, e ciò provoca un’idiosincrasia nei confronti della donna, colpevole di aver avuto la folle idea di rendere l’uomo materia letteraria.

L’esclusione dello Strega pare dunque necessaria, perché il testo non vince la scommessa della creazione di un nuovo genere: consigliamo alla Di Stefano di riprovarci, stavolta con una sua storia.

Alice Di Stefano, Publisher, pp. 377, Fazi, 2013


Articolo uscito anche su Youbookers.

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