Moby Dick – Bill Sienkiewicz


Non a tutti piace cocop-1.aspxnfrontarsi con opere letterarie di un certo spessore, poco accattivati per la mole intellettuale prima ancora che fisica; nel novero di questi grandi inavvicinabili va senz’altro inserito il capolavoro melvilliano Moby Dick.

Solo in pochi, una volta intrapresa la traversata, sono giunti alla conclusione; ma in soccorso di tutti coloro che non hanno portato a termine l’impresa – e anche in ausilio di chi vuole ricordare il dolce sacrificio – e soprattutto per chi non ha ancora sentito il desiderio di avvicinarsi al capodoglio bianco più famoso della storia, è arrivato da qualche anno in Italia l’adattamento fumettistico di Bill Sienkiewicz, fine pennello conosciuto al grande pubblico per le illustrazioni di Batman, Sandman, Superman, Lanterna Verde, e così via.

Le sue tavole catturano per la delicata pittoricità e sono etichettabili quasi come non fumettistiche, non perlomeno in quella che è l’accezione comune: non ci sono inquadrature cinematografiche, non c’è una sceneggiatura a fare da impalcatura al soggetto. Moby Dick è un soggetto che si sostiene da solo, è una riduzione letteraria, è un capolavoro sul capolavoro melvilliano.
Non mancano tavole che assistono il lettore, come quella esplicativa sui tipi di capodoglio, in cui spicca la voce cinica e spesso beffarda dello stesso Melville; né vengono risparmiate le cosiddette frasi a effetto, disseminate lungo tutto il graphic novel, come “Restare soli nell’oceano, dove la solitudine è terribile e intollerabile.. il ragazzo non resse all’intenso concentrarsi dell’io nel mezzo di una simile crudele immensità e perse il senno”, o “non si può bruciare una cicatrice”.

Le tavole sono scure ma dotate di una disarmante luce interna, proveniente dal profondo, esattamente come un quadro caravaggesco; affascina il modo in cui in una stessa tavola fasci di luce calda sono contrapposti ma perfettamente amalgamati a fasci di luce fredda. Non c’è nessuno scopo semantico o intratestuale: si tratta di un matrimonio visivo perfetto, che inquieta il lettore – o meglio, ne mantiene viva l’attenzione. Si tratta della caratterizzazione degli ambienti interni e di quelli marittimi, cui poi si aggiungono i ricordi, fondamentali anche in Melville, rappresentati con tinte nere, bianche, grigie e qualche sprazzo di rosso.

Nonostante il numero esiguo di tavole – solo 48 – la storia si sviluppa in maniera fedele e senza tagli bruschi: il testo risulta contratto per ovvie ragioni, ma non è alleggerito da un linguaggio più sciolto e meno letterario né viene privato delle tematiche importanti dell’opera. Il clima che si respira è di grande coinvolgimento fisico e lo sforzo mentale richiesto è quello tipicamente melvilliano.

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Si potrebbe pensare che un graphic novel non aggiunga nessun valore all’opera da cui è tratto, o che, peggio, ne costituisca una versione ridotta e quindi sostanzialmente inutile; ma il fumetto, quello d’autore s’intende, non è una mera trasposizione.

Nello specifico, questo è un’opera viva, che si autoalimenta e che contribuisce a conferire un’aurea di pathos alla figura mitica di Moby Dick. Perché leggere di Achab che trafigge Moby dalla penna di Melville è commovente, ma osservare il volto scavato, gli occhi contratti, il braccio teso e il corpo dell’uomo mentre “conficca il rampone nella sua nemesi, lasciando erompere tutta la sua collera” è straziante.

Bill Sienkiewicz, Moby Dick, pp. 48, Nicola Pesce editore, 2012

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